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Vecchio 30-06-2008, 11.00.38   #1
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Msn E non chiamateli più cartoni animati giapponesi!

Per snobismo, dovuto spesso a non comprensione, ci sono campi di investigazione sociologica che rimangono esclusi o considerati poco "degni". Per lo meno quando l'ambito accademico è poco incline ad un ricambio generazionale. Marco Pellitteri, classe '74 (non a caso una generazione di "passaggio" per molti versi) ripara in parte a questa frequente miopia con un interessante volume destinato a diventare imprescindibile per chi si avvicinerà ai perché e alle modalità della virale diffusione della pop culture nipponica in Europa: Il Drago e la Saetta (edizioni Tunuè, pp. 630, 28 euro). Pellitteri fa un'analisi complessa. Dalle prime anime , i "famigerati" cartoni animati giapponesi, che inondarono i palinsesti televisivi europei grazie in parte al loro basso costo e all'esplosione dell'emittenza locale, alla seconda fase in cui l'industria culturale giapponese comincia ad essere conscia di questo fenomeno e lo organizza in maniera più consapevole e strutturata, aprendo ulteriori scenari, a una probabile terza fase. Il risultato è un volume impegnativo, che apre inedite strade di ricerca.

Il sottotitolo de "Il Drago e la Saetta" è "modelli, strategie e identità dell'immaginario giapponese". E' la descrizione dell'innesto della jap culture in Europa. Ce ne può parlare?

L'immaginario da me analizzato è giunto in Europa nell'arco di due fasi: la prima va dal 1975 al 1995, la seconda dal 1995 a oggi. Le ho denominate fase del "Drago" e fase della "Saetta". Siamo in procinto di vedere in azione una terza fase strategica. Nella prima fase il Giappone si presentava rivestito/travestito di una occidentalità fittizia, ricaduta culturale di una caratteristica tipica della storia della modernizzazione giapponese, vissuta attraverso la «formattazione» tecnologica, urbanistica, politica occidentalizzante fin dalla seconda metà dell'Ottocento. Non solo serie animate tratte più o meno fedelmente da romanzi e racconti europei e nordamericani ( Senza famiglia , Heidi , Cuore , Anne dei tetti verdi ecc.) ma anche serie di fattura in toto giapponese ma ambientate in contesti occidentali ( Lady Oscar , Candy Candy , Lady Georgie e tante altre).

Che cosa è successo nella seconda fase?
Nel passaggio dalla prima alla seconda fase il Giappone ha gradualmente acquisito sempre più sicurezza a livello commerciale e nelle modalità di autorappresentazione della giapponesità. Nelle serie animate si è presentato in versione più palesemente orientaleggiante, nello stesso momento in cui non a caso lo stesso Occidente ha preso a orientalizzare parte del suo immaginario e delle sue richieste. Ci sono studiosi che oggi parlano di «giapponizzazione del moderno» laddove fra il XIX e il XX secolo era avvenuta, per converso, la definitiva modernizzazione del Giappone.

Quando arrivano i manga?
Dagli anni Novanta vengono richiesti a gran voce, in molti paesi, dal pubblico degli ex bambini che negli anni Ottanta erano stati spettatori fedeli agli anime e che si erano accostumati ai loro stilemi grafici, narrativi e valoriali. Nella terza fase, che è appena iniziata, il Giappone sta cominciando a esportare il proprio «marchio» culturale nazionale in modo più organico, a partire dall'interessamento istituzionale del governo, mediante le azioni «propagandistiche» del suo ministero degli Esteri. Questa probabile terza fase è problematica perché giunge in concomitanza con un'intensificazione di tendenze e rigurgiti nazionalisti. Si potrebbe pensare che almeno alcuni dei prossimi prodotti animati o a fumetti saranno più palesemente ricalcati sull'idea di un Giappone «über alles». [...]

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